"Insegnami il gusto del bene e la sapienza" (Salmo 119, 66).
"Famiglia, Festa e Lavoro"
La stanza dipinta da Rembrandt non è solo un ambiente testimone necessario, ma muto, uno spazio indispensabile, ma freddo nel quale collocare con armonica eleganza e suggestivo cromatismo i protagonisti di un fatto all’apparenza così usuale da non meritare che un semplice sguardo. Questa stanza dipinta da Rembrandt è “visione” di un attimo intenso, rubato alla quotidiana intimità della Santa Famiglia che una calda penombra avvolge, custodisce ed insieme rivela. E’ “voce” ad un fitto intrecciarsi di pensieri che si rincorrono sul filo di una luce che con delicatezza e pudore ne indaga i profondi sentieri.
E’ “eco” di battiti di cuori che amano, di un rimbalzare di sguardi che cercano, indagano, si adagiano sereni su certezze presenti, per inquietarsi, di nuovo, in ombrosi presagi futuri.
Questa stanza di Rembrandt ha i sapori e gli odori di una umanità che vive nella normalità di un quotidiano conosciuto a memoria, dentro una povertà accolta con dignità e semplicità, eppure in essa si avvertono già i segni di un Mistero che è “Parola fattasi carne” e che, nel tempo dell’uomo, si prepara ad essere Amore portato “fino alla fine”.
La luce entra da due punti diversi, si costruisce sentieri distinti che si incontrano e si fondono insieme nella delicata e materna figura di Maria posta al centro del dipinto.
Una prima luce, dono compiuto di un’antica promessa, entra dall’alto, a sinistra, e scende decisa per adagiarsi copiosa sul pavimento. Rivela la sua origine divina nello squarcio di paradiso abitato dagli angeli che attraversa con delicato riverbero per concentrarsi, poi, abbondante sul volto della vergine e sul libro che ella tiene stretto a sé con la mano sinistra.
Questa luce ha il calore e la verità del Mistero dell’Incarnazione che compiendosi cambia la storia dell’uomo. Non più la storia “antica” fatta di promesse, di fughe e ritorni. di alleanze sancite e spesso disattese da un popolo, intessuta della pazienza e della tenacia di Dio. Non più la storia incisa nel libro oramai consumato e sgualcito che l’ombra portata su di esso dal capo di Maria sembra velare ed oscurare come a sancirne il superamento. Inizia una storia nuova la cui prima parola, il cui primo respiro, è proprio Maria dal viso “abitato” di luce perché ella è la “piena di Grazia” che col suo “sì” totale al progetto del Padre ha dato a Dio una casa perché Egli, finalmente “abitasse” l’umanità.
E Maria, con gesto profondamente materno, rivela il “Dono” da lei generato liberandolo da quel velo che ancora lo teneva nascosto perché tutti lo potessero vedere, riconoscere ed adorare. Ed è stupore e meraviglia: il Dio che i cieli “non possono contenere” si è fatto bambino, come uno di noi, adagiato e “contenuto” nello stretto spazio di un piccola culla di vimini finemente intrecciata.
Ed è qui che lo raggiunge una seconda luce, più timida, appena intuibile, solo accennata, ma tutta per lui, per il “Dono”. Una luce che entra radente dal basso a rafforzare e a dar senso compiuto alla prima che scende dall’alto, soprattutto a dar verità all’antico annuncio profetico: “Un virgulto nuovo oggi è spuntato dall’antico tronco di Jesse”. La mamma si china a contemplare il “Dono” Figlio dell’Altissimo, che Ella stessa ha generato e lo fa trasalita da chiaro stupore e aperta ad un timido sorriso che però sembra indugiare alle soglie di un’ improvvisa, inaspettata visione di sofferenza e dolore. E così la Vergine diventa crocevia di un altro sentiero, non più solo di luce, ma di sguardi intensi e profondi come squarci di cuori che già declinano con profetica intuizione l’ardua missione del quel “Dono” che ancora è avvolto dal tenero sonno di ogni umano neonato.
Il primo sguardo viene dal fondo, da Giuseppe, l’uomo giusto, che mentre armeggia sul un pezzo di legno, rivolge i suoi occhi furtivi a Maria e sullo stesso bambino. Giuseppe è nell’ombra a richiamare una paternità non sua, ma non meno importante perché pronto a lasciarsi svegliare, per ben quattro volte, dal torpore e dal buio del sonno per portare a compimento la volontà di quel Padre che abita i cieli. Uno sguardo, il suo, che si adagia negli occhi stessi di Maria, che diventano, al centro del quadro, l’ unica visione capace di dar senso e verità ad ogni pensiero: “Maria conservava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. E la Verità è il bambino nella culla che ha gli occhi ancora chiusi nel sonno, ma già orientati nella giusta direzione, verso di noi, incontro agli occhi di ogni “uomo di buona volontà” che viene, lo riconosce, si inginocchia e lo adora.
E così ogni cosa diventa “profezia” di un arcano destino, di una già ben delineata missione che questo Cristo, ancorché bambino, sembra subito far sua in piena libertà e per amore. Giuseppe lavora ad un giogo che richiama la pesantezza e la drammaticità della croce nel suo delinearsi come strumento di morte, ma resa appunto da Cristo “giogo soave e leggero”, albero di Vita da cui discende la vera salvezza per l’intera umanità.
La culla allude allo stesso sepolcro che invano tenterà di chiudere e nascondere per sempre il corpo di Cristo nell’ombra della morte. La coperta rossa misura la vastità di un sacrificio segnato dal sangue versato fino all’ultima goccia e, mentre il piccolo lenzuolo bianco si fa preludio di risurrezione, il gesto di Maria a scoprire la culla anticipa la “grossa pietra rotolata via dal sepolcro” perché il Cristo, finalmente, si riveli per sempre nella luminosa verità di Signore Risorto.
commento a cura di Don Domenico Sguaitamatti